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La Polizia Postale si accorda con FaceBook per spiare i profili Italiani!

Per una volta, l’Italia è più avanti degli Stati Uniti: come rivela L’Espresso , la Polizia Postale italiana ha appena stipulato un accordo con Facebook per poter accedere ai profili senza alcun mandato né rogatoria. Negli USA, al Congresso stanno da tempo litigando per approvare un decreto per permettere la stessa cosa. Noi l’abbiamo fatto senza battere ciglio.

Le motivazioni sono le solite: la lotta alla pedopornografia, al phishing e ad altri reati informatici. Ma la via per l’inferno, si sa, è lastricata di buone intenzioni. Così, per prendere pochi criminali si dà la possibilità alla polizia e ai gestori dei server di accedere liberamente a tutti i profili, e quindi anche di modificarli e, chissà mai, di inserire qualche foto o frase compromettente nel caso occorrano prove.

Ma poi, chi verifica che i profili corrispondano effettivamente alle persone? Facebook, almeno a parole, sostiene di effettuare dei controlli. Se così davvero fosse, però, il social network non pullulerebbe di profili falsi, ma soprattutto non sarebbe la piazza favorita per il furto e il mercato nero delle identità. In rete, è buona norma dubitare, ma le forze dell’ordine hanno scelto, per comodità, di credere ciecamente.

E chi non ha e non vuole avere un profilo Facebook, come sarà al riparo dai falsi profili creati magari ad hoc per incastrarlo? Un consiglio: se proprio non ne volete sapere, andate da un notaio e certificate che non avete un profilo e che tutto ciò che compare sui social network col vostro nome non è opera vostra.

Ecco il testo dell’articolo de L’Espresso:

La polizia ci spia su Facebook

di Giorgio Florian

Un patto segreto con il social network. Che consente alle forze dell’ordine di entrare arbitrariamente e senza mandato della magistratura in tutti i profili degli utenti italiani. Lo hanno appena firmato in California (28 ottobre 2010).

Negli Stati Uniti, tra mille polemiche, è allo studio un disegno di legge che, se sarà approvato dal Congresso, permetterà alle agenzie investigative federali di irrompere senza mandato nelle piattaforme tecnologiche tipo Facebook e acquisire tutti i loro dati riservati. In Italia, senza clamore, lo hanno già fatto. I dirigenti della Polizia postale due settimane fa si sono recati a Palo Alto, in California, e hanno strappato, primi in Europa, un patto di collaborazione che prevede la possibilità di attivare una serie infinita di controlli sulle pagine del social network senza dover presentare una richiesta della magistratura e attendere i tempi necessari per una rogatoria internazionale. Questo perché, spiegano alla Polizia Postale, la tempestività di intervento è fondamentale per reprimere certi reati che proprio per la velocità di diffusione su Internet evolvono in tempo reale.

Una corsia preferenziale, insomma, che potranno percorrere i detective digitali italiani impegnati soprattutto nella lotta alla pedopornografia, al phishing e alle truffe telematiche, ma anche per evitare inconvenienti ai personaggi pubblici i cui profili vengono creati a loro insaputa. Intenti forse condivisibili, ma che di fatto consegnano alle forze dell’ordine il passepartout per aprire le porte delle nostre case virtuali senza che sia necessaria l’autorizzazione di un pubblico ministero. In concreto, i 400 agenti della Direzione investigativa della Polizia postale e delle comunicazioni potranno sbirciare e registrare i quasi 17 milioni di profili italiani di Facebook.
Ma siamo certi che tutto ciò avverrà nel rispetto della nostra privacy? In realtà, ormai da un paio d’anni, gli sceriffi italiani cavalcano sulle praterie di bit. Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza e persino i vigili urbani scandagliano le comunità di Internet per ricavare informazioni sensibili, ricostruire la loro rete di relazioni, confermare o smentire alibi e incriminare gli autori di reati. Sempre più persone conducono in Rete una vita parallela e questo spiega perché alle indagini tradizionali da tempo si affianchino pedinamenti virtuali. Con la differenza che proprio per l’enorme potenzialità del Web e per la facilità con cui si viola riservatezza altrui è molto facile finire nel mirino dei cybercop: non è necessario macchiarsi di reati ma basta aver concesso l’amicizia a qualcuno che graviti in ambienti “interessanti” per le forze dell’ordine.
A Milano, per esempio, una sezione della Polizia locale voluta dal vicesindaco Riccardo De Corato sguinzaglia i suoi “ghisa” nei gruppi di writer, allo scopo di infiltrarsi nelle loro community e individuare le firme dei graffiti metropolitani per risalire agli autori e denunciarli per imbrattamento. Le bande di adolescenti cinesi che, tra Lombardia e Piemonte, terrorizzano i connazionali con le estorsioni, sono continuamente monitorate dagli interpreti della polizia che si insinuano in Qq, la più diffusa chat della comunità. Anche le gang sudamericane, protagoniste in passato di regolamenti di conti a Genova e Milano, vengono sorvegliate dalle forze dell’ordine. E le lavagne degli uffici delle Squadre mobili sono ricoperte di foto scaricate da Facebook, dove i capi delle pandillas che si fanno chiamare Latin King, Forever o Ms18 sono stati taggati insieme ad altri ragazzi sudamericani, permettendo così agli agenti di conoscere il loro organigramma.
Veri esperti nel monitoraggio del Web sono ormai gli investigatori delle Digos, che hanno smesso di farsi crescere la barba per gironzolare intorno ai centri sociali o di rasarsi i capelli per frequentare le curve degli stadi. Molto più semplice penetrare nei gruppi considerati a rischio con un clic del mouse. Quanto ai Carabinieri, ogni reparto operativo autorizza i propri militari, dal grado di maresciallo in su, ad accedere a qualunque sito Internet per indagini sotto copertura, soprattutto nel mondo dello spaccio tra giovanissimi che utilizzano le chat per fissare gli scambi di droga o ordinare le dosi da ricevere negli istituti scolastici. Mentre, per prevenire eventuali problemi durante i rave, alle compagnie dei Carabinieri di provincia è stato chiesto di iscriversi al sito di social networking Netlog, dove gli appassionati di musica tecno si danno appuntamento per i raduni convocando fans da tutta Europa. A caccia di raver ci sono anche i venti compartimenti della Polizia postale e delle comunicazioni, localizzati in tutti i capoluoghi di regione e 76 sezioni dislocate in provincia.

PS: dopo questo articolo la Polizia Postale ha – naturalmente – smentito di aver preso accordi segreti con Facebook per accedere liberamente ai profili. Ecco la nota e la risposta dell’Espresso che conferma “parola per parola” quanto aveva scritto nell’articolo, citando fonti interne alla Polizia Postale e facendo notare che, curiosamente, la Polizia Postale non cita gli accordi che avrebbe preso con Facebook direttamente a Palo Alto.

Fonte | FabioGhioni

Andrea Draghetti

IT SECURITY RESEARCHER